SAGA operaia. Capitolo III

Diario di Lara Monterastelli, 30 novembre 2021.

Foto di Giorgio Barbato, che ringraziamo.

Io ero una di quelle bambine che durante il periodo della scuola si alzava presto quando c’era ancora buio e poi veniva lasciata a casa dei nonni dove passava il pulmino che mi portava a scuola.
I miei genitori iniziavano presto al lavoro e non si poteva fare altrimenti. Era una fatica alzarsi così presto non facevo colazione, ci si vestiva, lavava e si usciva di casa di corsa.
I miei genitori, sia mamma che papà, lavoravano in Saeco; erano gli anni 90 c’era la Saeco, la Cosmec, Zaccanti e Zappella, ai più questi nomi non diranno niente, ma qua in montagna sono un po’ delle figure mitologiche dell’economia di quegli anni.
Ricordo me non più bambina, ma un po’ più grande che non stava più dai nonni ma rientrava a casa da sola col pulmino, e prima ancora di togliersi la giacca chiamava il centralino della Saeco per dire ai miei che ero rientrata e tutto a posto; loro sarebbero rientrati solo dopo molte ore lasciandomi padrona della casa.
Da lì a qualche anno a mio padre venne fatta un’offerta di lavoro proprio dai vertici della Saeco e aprì una piccola ditta terziaria che produceva dei premontaggi per le macchine caffe.
Tante famiglie come la mia sono legate e intrecciate a quella che è stata la storia dell’azienda Saeco, la mia storia è quella di tanti altri.
Ricordo il primo presidio nel 2015, dove riconoscevo molte facce, vecchi colleghi di lavoro dei miei, amici e così è ancora oggi, 6 anni dopo, al presidio della Saga.
La Saeco non si tocca, era prima. La Saga non si sposta è adesso. Ma la cosa non cambia. Si combatte per lo stesso valore, si presidia per difendere la montagna che negli anni viene smantellata e abbandonata.
Era il 2009 quando nella ditta di mio padre vennero, smontarono le linee di produzione e portarono tutto in Romania; allora non ci fu nessun presidio, nessuno fece rumore, nessuno disse niente e tanti piccoli imprenditori della valle chiusero nel silenzio e nell’indifferenza; ho visto mio padre per anni barcamenarsi per tutta italia per reinventarsi, per non morire, per riuscire a mantenere un lavoro per i pochi dipendenti che erano rimasti; lui ci è riuscito non senza fatica ma tanti altri non sono stati cosi fortunati o testardi come mio papà.
E da questo passiamo ad oggi 2021, ben dodici anni dopo la storia non cambia: delocalizzazione, cassa integrazione, licenziamenti.
Io ascolto le vostre parole, quelle della comunità tutta che si stringe attorno a voi e piango. Piango lacrime vere, viscerali. Perché? Forse perché se la vita fosse stata diversa ci sarebbero potuti essere i miei genitori, all’alba della pensione, a presidiare? Forse perché ci sarei potuta essere anche io insieme a tanti amici e vecchi compagni di scuola? Non basta, credo che ci sia di più. Ci sento tutti un po’ naufraghi in questa vita.
E come sempre quando mi perdo torno alle mie montagne e le osservo.
Esiste una leggenda che mi ha raccontato un amico che dice che le montagne non sono altro che giganteschi draghi addormentati, mi piace immaginarle così, possenti pericolose e addormentate. Se le guardo bene bene riesco perfino a vedere il loro respiro: inspirano ed espirano muovendosi in maniera impercettibile, e nostalgicamente penso a quello che queste montagne sanno, quello che hanno visto, la storia che si portano addosso; la storia che ahimé si ripete inesorabile sempre e sempre.
Penso ai primi che hanno resistito su quei monti, ragazzi ad oggi più giovani di me che una volta erano coetanei, loro per sempre giovani. Dalle loro ossa nasce un fiore ogni anno in primavera e nessun inverno è capace di fermarlo.

‘Tacàr, invidhàr

Incùo el mé fiòl pì pìcoeo
l’é ‘rivà daa só camaréta
co’ un pòche de machinete
rote in man, rodhèe e tòchi

de plastica che ghe caschéa
fra ‘e piastrèe del pavimento
– ‘a só voséta prima de lù, là,
drio ‘l coridòio – “papà, se
non riesci a trovare lavoro

in una fabbrica potresti fare
il meccanico che aggiusta le
macchine intanto incomincia
a giustare le ruote di queste

mie che sono rotte”. E ‘lora
méterme là co’ un cazhavidhe
cèo e ‘a pazhienza che no’ò
mai bbu, a provàr, ‘na rodhéa

cavàdha de qua e una ‘tacàdha
de ‘à, a tornàr a far córer chee
machinete. Chissà se ‘l destìn
varà ‘a stessa pazhienza, co’

mì, se ghe sarà un calcùn bon
de tornàrme invidhàr i sèsti,
tee man, parché ‘e pòsse tornàr
a córer anca lore… pa’l pan.

 

Fissare, avvitare

Oggi il mio figlio più piccolo / è arrivato dalla sua cameretta / con un mucchietto di macchinine / rotte fra le mani, ruote e pezzi // di plastica che gli cadevano / sulle piastrelle del pavimento / – la sua vocina prima di lui, lì, / lungo il corridoio – “ papà, se / non riesci a trovare lavoro // in una fabbrica potresti fare / il meccanico che aggiusta le / macchine intanto incomincia / ad aggiustare le ruote di queste // mie che sono rotte”. E allora / mettermi lì con un cacciavite / da orologiaio e la pazienza che non ho / mai avuto, a cercare, una ruota // tolta di qua e una fissata / di là, a tornare a far correre quelle / macchinine. Chissà se il destino / avrà la stessa pazienza, con // me, se ci sarà qualcuno capace / di riavvitarmi i gesti, / nelle mani, affinché possano ritornare / a correre, anch’esse… per il pane.

FABIO FRANZIN, da “Fabrica e altre poesie”, Borgomanero, Ladolfi editore, 2013

GLI ALTRI CAPITOLI DELLA SAGA:

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo IV

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