SAGA operaia. Capitolo II

Diario di: Alessandro Borri, 20-21 novembre 2021.

Foto: Giorgio Barbato, che ringraziamo.

Sono arrivato al presidio venerdì sera. La fabbrica SAGA svettava come un monolite, circondata dalla nebbia che saliva dalla vallata. Il viaggio che mi ha condotto lì è stato lungo, non sono riuscito a guidare la macchina a velocità sostenuta, avevo remore ad arrivare senza essere accompagnato. Mi sembrava di violare l’intimità della vita di chi sta soffrendo e vivendo sospeso in un limbo, in attesa di una sentenza che fin da subito e nei tempi a venire potrebbe mettere in crisi decine di famiglie, una comunità e quindi un territorio intero, quello della montagna.

Mi sono avvicinato al piazzale con estrema cautela, ma senza quasi accorgermene mi sono sentito avvolgere in un abbraccio collettivo. Mi sono lasciato andare all’ascolto degli operai che presidiano durante la notte e delle persone normali che con discrezione passano per dare una voce, un conforto. Parole come crisi, Europa, rischio, impresa, hanno accompagnato la mia permanenza, fino a quando ho ripreso la via di casa, in uno stato emotivo catatonico. Ho passato la nottata in dormiveglia, per cercare di rimettere insieme i pezzi delle narrazioni ascoltate. Sono tornato alla fabbrica stamattina e ho trovato lo stesso scenario: un gruppo di donne mi ha fatto spazio nel presidio con grande naturalezza, sono stato accolto in una specie di improvvisata riunione operaia. Laura, Federica, Cristiana e tante altre hanno intrecciato un racconto corale fatto di delusione, paura, incertezza, ma anche voglia di lottare, di non farsi sopraffare da quel senso di smarrimento che prenderebbe ciascuno alla notizia che – a breve – il luogo dove molti hanno passato almeno 1/3 delle loro giornate chiuderà, non avrà più valore. Ho visto Laura schizzare da una parte all’altra, chiamata dai giornalisti per un appuntamento, un servizio, un’intervista, accogliere un’associazione che ha portato acqua, dare indicazioni sommarie sulla manutenzione degli spazi comuni, poi tornare, riprendere le fila del discorso, sempre attenta all’interlocutore.

Forse porterò a lungo nella memoria di questo primo assaggio di presidio, la forza di Laura e di quelle 92 donne, la cui forza è il segno dei tempi, la cui intelligenza e voglia di spendersi è la cifra del cambiamento, il mattone su cui forse costruire un mondo nuovo, un’identità più pulita. L’invocazione dei diritti (mescolando preoccupazione per la spesa o per il bucato da fare), la centralità della cura (dei colleghi, della famiglia, degli spazi), l’attenzione alla parola sono un messaggio potente di costruzione che andrà oltre la vertenza.

 

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